Tarda antichità e alto medio evo

Con lo spostamento del confine nordest dello stato romano sul fiume Risano (Formio flumen) e di seguito sul fiume Arsia (Arsia flumen), questo territorio diventò parte del regio X della divisione augustea dell’Italia.

L’area tra i due fiumi, Timavo (Timavus flumen) e Qiuete (Ningus flumen), che sotto il dominio appartenevano al territorio triestino (ager tergestinus) era prevalentemente agricola. Che l’agricoltura fosse molto diffusa lo testimoniano le tante vestigia delle fattorie romane (villae rusticae). Oltre alla viticoltura e all’olivicoltura erano sviluppate anche la pesca, la raccolta dei molluschi, le saline ecc. Tra le città di Trieste (Tergeste) e Capodistria e anche l’entroterra, era presente un forte intreccio di legami commerciali. Le città dipendevano molto dall’entroterra agricolo, dall’ altro canto esse fornivano la campagna abitata con merce varia, da spezie, odori, articoli artigiani a merce di lusso. 

Disegno topografico del ing. Benedetto Petronio del 1791


Verso la fine dell’ottavo secolo, durante il regno di Carlo Magno (768–814), l’Istria fu conquistata dai Franchi e inserita ufficialmente nella marca del Friuli. Il dominio Franco stimolava la colonizzazione dei nuovi poderi diffondendo il sistema feudale. Questo sollecitò gli Slavi a trasferirsi nel retroterra delle città marine, il che aveva come conseguenza il cambiamento dell’immagine etnica della campagna abitata. L’insediamento dei territori prevalentemente spopolati delle città da parte della popolazione, allora ancora pagana, e le diverse forme di violenza subita dai cittadini sotto il duca franco Giovanni, causarono discordie e conflitti. Nell’ambito della legge franca di allora si cercava di risolvere i conflitti nel placito al Risano vicino Capodistria nel 804 (Placitum in territorio Caprense). 

Trieste aveva un ruolo speciale nella struttura amministrativa dell’Istria bizantina. Nel placito al Risano è menzionato come numerus, cioè unità speciale di carattere militare-comunale-territoriale. Dapprima comprendeva una grande unità militare con obbligo di difesa della nordest Istria. Il concetto numerus tergestinus copriva probabilmente l’intero territorio della nordest Istria, incluse le città di Umago, Pirano, Capodistria e Muggia, ciò significa che copriva anche il territorio ancaranese. 

Secondo quello che dichiarano le fonti, Sermino era un’isola (Insula Risani). I primi dati più estesi su Sermino li troviamo nell’opera del cartografo isolano Pietro Coppo “Del sito de Listria” del 1540. Alcuni ricercatori (per esempio A. Degrassi), basandosi sui dati delle vestigia ai piedi di Sermino, collocarono la città greca Aegida in questo sito (insediamento protoromano non lontano dalla foce del Risano). Altri cercavano di diminuire l’importanza delle vestigia, affermando che questo insediamento fu costruito sull’isola rocciosa e si sviluppò dopo in Capris romano (Insula Capritana – l’odierna Capodistria).

Nelle descrizioni seguenti di Sermino, il vescovo di Capodistria Paolo Naldini non menziona più le vestigia antiche, bensì i resti della chiesetta S. Maria “della Rosa” e spiega che l’espressione “rosa” indica terreno non fertile: verso la fine del 17secolo l’area di Sermino era coltivata intensivamente. Naldini chiama la pianura in cima il “giogo”, che vuol dire vetta allungata e arrotondata. Sulla mappa del vescovato di Capodistria, “Corografia” (Venezia, 1700) di Naldini, si notano i resti della foce nella baia di San Canziano. Ma alla fine del 17secolo il passaggio dalla terraferma a Sermino sarebbe stato sicuramente più problematico a causa dell’ammassamento di detriti del Risano sulla pianura intorno a Sermino. Allo stesso tempo venivano allestite le saline e costruita la strada veneziana presso Lazzaretto attraverso il ponte inferiore a Risana e verso Scoffie e Trieste. Le saline dell’area di Sermino e i “Campi” si estendevano sempre più verso la costa di Ancarano. Già all’inizio del secolo 17 o Nicolò Manzuoli riferiva, che intorno a Capodistria, soprattutto nelle parti est e sud, c’erano 3000 cavedini (fondi salinari), un miglio e mezzo o due lontani dall’isola.

E’ interessante ed istruttivo il disegno dell’ing. Benedetto Petronio, del 1791 (Archivio di Stato di Venezia, fondo Provveditori alla camera dei Confini, b. 242/28) con il progetto del podere e dei boschi lungo la costa di Ancarano sotto Monte Moro. Si ritiene che gli abitanti dell’antica Aegida ai piedi di Sermino avrebbero dato all’area lungo la costa di Ancarano il nome di “Ultra”, che dopo diventò Oltra ossia Valdoltra. Il pendio sudovest venne chiamato già nel medioevo con il nome di “Gasello”, diventato dopo “Gallo”.